sabato , 19 Gen 2019
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Le cascate di “sangue” dell’Antartide

Le cascate di "sangue" dell'AntartideLa vita può esistere in alcuni dei luoghi più inospitali della Terra, un primo esempio è “la cascata di sangue dell’Antartide”.

Il suo flusso rosso vivo è un contrasto scioccante con la vasta distesa di neve e ghiaccio che la circonda, si può certo dire che ha l’aspetto di qualcosa di sinistro e macabro, tuttavia, è in realtà un flusso di creature, microrganismi, in grado di sopravvivere in un ambiente così difficile.

Questa scoperta è eccitante, perché apre le porte alla possibilità che la vita possa esistere in luoghi remoti e freddi come pianeti e lune in tutto l’universo conosciuto, inoltre, costringe gli scienziati a ripensare alla formula necessaria alla prosperità di una vita.

La cascata non è fatta di sangue naturalmente, si tratta di ossido di ferro contaminato da acqua salata che emerge sporadicamente da una fessura del ghiacciaio Taylor e scorre sulla superficie del ghiaccio di West Lake Bonney a Taylor Valley nella McMurdo Dry Valley.

Le cascate di "sangue" dell'Antartide

Si ritiene che quest’acqua ricca di ferro provenga da un lago subglaciale di dimensioni sconosciute coperto da 400 metri di ghiaccio, questo fenomeno è stato scoperto nel 1911 dal geologo australiano Griffith Taylor, nella valle dove si trovano le cascate da cui prendono il nome.

Precedenti valutazioni suggerivano che l’acqua fosse rossa per la presenza di alghe rosse ma successivamente dei test hanno rivelato che la colorazione è causata da ossido di ferro.

A detta di tutti, l’acqua delle cascate non dovrebbe contenere vita, poichè l’ambiente da cui il presente liquido salmastro proviene è povero di ossigeno e molto freddo, inoltre la parte dell’Antartide dove sono situate le valli McMurdo Dry, sono prive di animali e piante complesse e per di più questa regione dell’Antartide è considerata dagli scienziati come un deserto.

Ma nonostante il suo freddo estremo, riceve solo 3,93 pollici (10 cm) di neve ogni anno, la zona è per di più priva di luce, rendendo difficile il processo di fotosintesi, ma nonostante queste condizioni, una recente analisi delle acque ha rivelato che è invece brulicante di vita microbica, ed è stato così per gli ultimi 1,5 milioni di anni, ma come è stato possibile?

Un gruppo di ricerca guidato dal geomicrobiologista Jill Mikucki del Dartmouth College e finanziato dalla National Science Foundation, ha raccolto dati da campioni di acqua che indicavano che i microbi si erano adattati alla vita difficile del territorio ed erano composti da zolfo e ferro per poter sopravvivere.

In altre parole, per sopperire alla impossibilità di attuare la fotosintesi, i microbi convertono il ferro e i solfati per vivere, ci sono diverse ipotesi che vengono proposte su come il microbo è venuto ad esistere sotto il ghiaccio:

L’ipotesi “Palla di neve della Terra”, suggerisce che circa da 1,5 a 2 milioni di anni fa, la piscina subglaciale con i microbi antichi è rimasta isolata nel ghiacciaio e a quel tempo, i microbi si erano evoluti in modo indipendente da altri organismi marini simili.

La scoperta della vita in questo luogo indica che la vita può esistere in luoghi e condizioni che un tempo erano ritenuti improbabili, come i microbi abbiano le capacità per sopravvivere e prosperare in certe condizioni, è ancora un mistero, tuttavia si tratta di un mistero che può aprire le porte alla comprensione di come la vita può evolversi nel più inospitale delle condizioni.